Da Poengsen ad Ana Carrasco: la dura strada delle donne in moto

La rappresentanza femminile in pista è sempre limitata: i recenti esempi, in ruoli di PR, ma pure tecnico gestionali, incoraggiano, ma non garantiscono una vera parità di genere soprattutto per chi vuole pilotare. Ecco chi, fra ieri e oggi, ce l’ha fatta

In occasione di ogni 8 marzo “Festa della donna” anche il motociclismo, nel suo piccolo mondo di uomini, pensa che basti regalare oggi un mazzo di mimose per promettere un domani con in pista le donne pilota alla pari dei piloti. Ogni tanto qualcosa si muove a livello nazionale e internazionale ma, stando ai fatti, non si va oltre le solite promesse che diventano le solite illusioni. Basta scorrere le classifiche dei vari campionati, in primis quelle del Motomondiale, per rendersene conto, per constatare cioè che le donne in pista sono una “rarità” – caso mai da preservare come il panda – e quelle poche non fanno risultato, tanto meno storia.

Le spinte alla maratona di Boston

 

In altri sport – ad esempio il ciclismo, il calcio ecc. – hanno risolto la faccenda con gare e campionati “dedicati”, cioè riservate al gentil sesso. Non solo. E’ accaduto di peggio, come ad esempio nel 1967 quando la statunitense Katrine Switzer si iscrisse con un nome da uomo alla maratona di Boston (vietata alle donne) e venne spintonata dagli atleti uomini per metterla fuori gioco. Quasi ovunque, specie in Italia, nel sistema sportivo il genere femminile è sottorappresentato (quanto non dichiaratamente vietato) ad ogni livello nella logica di divisione netta: discipline sportive da “femmina”, discipline sportive da “maschio”. Certo, è così o peggio, anche nella società – pure in quelle denominate democratiche, figurarsi nelle altre – e quindi lo sport è solo il riflesso, in peggio, di quel che accade più in generale. Le donne hanno conquistato il diritto di andare (da sole) in palestra, anche se solo il 21% pratica sport con costanza, seppure in modo amatoriale. Da ciò (deriva?) che – come detto – le donne sono sotto rappresentate negli organi decisionali delle istituzioni sportive a tutti i livelli. E’ la questione del gender gap nello sport.

Donne e sport: numeri impietosi

 

Nel sistema sportivo italiano le atlete rappresentano il 28,2% (i maschi sono al 71%), le dirigenti di società sportive sono il 15,4% (gli uomini l’84,6), i tecnici-donna sono poco meno del 20% (gli uomini sono l’80%), le dirigenti federali il 12,4%, le ufficiali di gara il 18,2%, contro, rispettivamente, l’87,6% e l’81,8% dei maschi. Bene ha fatto il riconfermato presidente della Federazione Motociclistica Italiana Giovanni Copioli a inserire nel consiglio federale moto (di 11 persone) ben tre validissime donne (Monica Goi, Letizia Marchetti, Lorenza Sangiorgi) a dimostrazione che volere è potere. Da anni, anche sui circuiti per gare nazionali e mondiali, sono presenti commissari donne, personale di servizio sanitario donne, per non parlare delle donne nei team in veste di organizzatrici, PR e addette stampa. E’ una battaglia culturale ed educativa, prima di tutto, perché non è facile scalfire il luogo comune della donna che non può accedere a certe discipline sportive, che in moto deve stare nel sellino dietro al suo compagno, che in pista può al massimo ambire al ruolo di “ombrellina”, o ragazza immagine, valida solo se graziosa e vestita il meno possibile. Tante le donne “centauro” che giustamente si lamentano di questo andazzo maschilista (richiamandosi alla nostra Costituzione “parità di opportunità e trattamento”) che, però, travalica le due ruote a motore: nell’atletica solo dal 1984 le donne sono state ammesse alla maratona delle Olimpiadi, dal 2008 ai 3000 siepi, pr esempio. Insomma, le donne vanno bene per la danza e il nuoto sincronizzato. Punto. Anzi, virgola: perché nel motociclismo la diffidenza (mista ad ironia) verso le donne da corsa è tutt’ora e tutt’altro che superata. Il refrain è sempre lo stesso: le donne pilota non possono esistere perché troppo deboli, troppo emotive, per nulla competitive. Non adatte a sport di rischio. E’ così?

Donne e motorsport

 

Fin dagli albori del Motorsport le donne si sono fatte valere, come ad esempio nell’automobilismo: da Maria Teresa de Filippis (prima donna italiana a qualificarsi per un GP di Formula 1 a Spa nel 1958) a Giovanna Amati, l’ultima in F1 nel 1992, poi Lella Lombardi, Hellè Nice, Kay Petre, Pat Moss, Denise McCluggage, Sabine Schmitz, Danica Patrick ecc. Nel motociclismo hanno lasciato un bel segno Taru Rinne, Gina Bovaird, Berly Swain, Tomoko Igata, la nostra Daniela Tognoli, ricca di talento e di appeal femminile.

Le recenti donne in pista

 

Nelle classi 125 e 250 prima, poi in Moto3 e Moto2 c’è stato negli ultimi tempi un profumo di donna, pur se ancora troppo flebile con la tedesca Katja Poensgen, l’ungherese Nikolett Kovacs, le ceche Marketa Janakova e Andrea Touskova, le spagnole Elena Rosell, Ana Carrasco, Maria Herrera. La moto è femmina, ma il motociclismo è maschio. Dice Maria Herrera: “Noi ragazze ci siamo fatte valere nel paddock. Basti vedere in quante oggi sono telemetriche o ingegnere e se sono lì è grazie alle loro capacità e non per una mera questione di genere. Io non voglio essere dove sono solo perché sono una ragazza, voglio far parte di questo ambiente perché sono valida. Altrimenti farei qualcos’altro”. La strada è aperta. Ma la via è ancora lunga e polverosa.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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