La vera storia della morte di Bergamonti, 50 anni fa la tragedia: quella maledetta pozzanghera

Il 4 aprile 1971, sul circuito cittadino di Riccione, moriva Angelo Bergamonti, pilota MV Agusta, compagno di Agostini. Vi raccontiamo l’incidente a 50 anni dalla tragedia che chiuse l’epoca delle corse di moto su strada. Nella terza di quattro puntate il racconto dell’incidente, con Agostini in testa alla corsa e Bergamonti che sotto il diluvio forza il ritmo per andare a prendere il compagno di squadra

Massimo Falcioni

Nei giorni che precedono la domenica delle Palme del 4 aprile 1971 la riviera adriatica è baciata dal sole e a Riccione molti alberghi hanno riaperto in anticipo per ospitare il giro delle corse e i tanti appassionati giunti per l’attesissima “tricolore-internazionale” denominata Perla Verde, cancellata la settimana precedente causa l’imperversare di pioggia e vento. Il “Circus” non smobilita e decide di godersi una pausa al sole di primavera, tornato a splendere sin da lunedì 29 marzo. Ma il destino non fa sconti e non cancella l’appuntamento con il fatidico giorno.

Il calore del pubblico

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Nella allegra e affollata serata di gala di venerdì 2 aprile, ancora con il cielo stellato e temperatura gradevole, il presidentissimo del Moto Club organizzatore Amedeo Ronci tiene banco con i suoi aneddoti e Phil Read, Dieter Braun, Angel Nieto e gli altri campioni stranieri – così come gli italiani Agostini, Pasolini, Bergamonti, Grassetti, Villa, Spaggiari, Parlotti, Mandracci, Gallina, Visenzi, Lazzarini, Buscherini, Giansanti, Mandolini, Campanelli, Loro Vasco, Dardanello, Ieva ecc. – restano increduli nell’apprendere che nella prima gara riccionese del dopoguerra, il 15 agosto 1946, lo starter era stato il generale inglese comandante la zona adriatica romagnola attorniato da un paio di compagnie alleate armate fino ai denti per tenere a bada una folla divisa dal tifo per i corridori e dai fan delle opposte fazioni politiche. Poco prima, Ronci aveva scoperto il nuovo cartellone pubblicitario posto in bella vista in mezzo ai viali del circuito cittadino, a due passi dalla spiaggia: “Fate il vostro pieno di sole a Riccione” realizzato apposta perché per la prima volta la corsa godeva della diretta televisiva Rai, una straordinaria promozione turistica per la Romagna e la sua riviera.

Maltempo

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L’indomani, le prove ufficiali del sabato si svolgevano senza sbavature, già con più di 15 mila persone assiepate lungo i viali del mare, in attesa della grande giornata festiva di sport e di show in cui si prevedevano oltre 50 mila presenti e due-tre milioni, forse più, di italiani davanti alla tv. All’alba di domenica 4 aprile, da nord, la prima sberla di bora tagliente mette in allarme gli organizzatori: il mare si gonfia, il cielo si chiude carico di nuvole. La gente giunge comunque da tutta Italia, e non solo. Le prime gare delle 50, 125, 250 si svolgono sul bagnato e con un vento fastidioso, con diverse cadute, nessuna grave. Dalle ore 15, si attende il clou della manifestazione, con le corse delle due cilindrate maggiori. La pioggia sempre più fitta diventa nubifragio con la bora che imperversa. Vero, non è la prima volta che in Italia e altrove si corre in queste condizioni, con pista allagata.

Prudenza

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Sulla linea di partenza della tremmezzo, il direttore corsa Omero Ronci, fratello del presidente del sodalizio riccionese, tiene un breafing chiedendo ai piloti “prudenza”. E, dall’alto della sua autorevolezza, forte anche della sua amicizia con i corridori, Amedeo Ronci si rivolge particolarmente ad Agostini e a Bergamonti – i due galletti del pollaio MV Agusta che hanno conti aperti da regolare – con un accorato: “A’marcmand!”, intimando con le mani di “correre… piano”.

La partenza

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Quindi, il solito rituale pre-gara: “Spegnere i motori!”, i corridori in posizione di spinta a lato dei loro bolidi, giù la bandiera a scacchi: start! Il boato! La ruota dello show deve girare, comunque. E gira. Ma una giornata di grande sport e di grande festa si trasforma di lì a poco in dolore e lutto. La tre cilindri di Bergamonti recalcitra alla partenza rimanendo nell’imbuto del gruppo mentre Agostini parte a razzo. Si corre dentro un vortice di nebbia, con sberle d’acqua e pozzanghere ovunque, con le moto trasformate in mezzi anfibi. Quella di Bergamonti è subito una rincorsa al color bianco che infiamma la folla, oramai incurante delle condizioni limite in cui avviene la lotta che, di lì a poco, si trasformerà in tragedia.

All’inseguimento di Agostini

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Sul libro di Luca Delle Carri “Matti dalle gare” Giacomo Agostini commenta così: “È stata una tragedia. Io sono partito in testa, ho preso un vantaggio di sette, otto secondi. Pioveva, era pericolosissimo, sembrava di andare sul ghiaccio. Mi sono calmato un attimo, visto che aveva un vantaggio. Invece di calmarsi anche lui, ha voluto venire a prendermi. Mi ha preso un secondo o due, forse tre. È arrivato a cinque secondi. Io ho reagito di nuovo. Pensavo: “È così pericoloso, gli ho dimostrato che vado via, perché tira? Ho riaperto, ho ricominciato ad andare al ritmo che avevo all’inizio, e allora lui purtroppo è scivolato. Voleva battermi, ma quando ha visto che prendeva un secondo e mezzo al giro, avrebbe dovuto rendersi conto. Se ti calmi tu, mi calmo io, facciamo la nostra gara così. È stata una fatalità, perché è scivolato, e quel giorno potevo scivolare anch’io”.

Bergamonti forza il ritmo

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Già. Agostini s’era involato allo start guadagnandosi, oltre alla testa della corsa, la strada libera. Invece Bergamonti, recalcitrante alla partenza per problemi d’accensione e ingolfato nell’imbuto del gruppone, era costretto a un inseguimento ad alto rischio, per recuperare il gap arrivato già a 7-8 secondi al termine del secondo giro. Visibilità ridotta, anzi nulla per chi naviga nella mischia dei ritardatari. Un muro d’acqua. La corsa è già chiusa. Anzi no: la riaccende l’Angiulein di Gussola che non può e non vuole accettare la sconfitta sul suo terreno preferito, il bagnato. Il Berga pare in giornata di grazia: spinge forte, sempre più forte. Le gomme della sua filante potente rombante tre cilindri alzano vortici d’acqua che paiono respingere il bolide come onde di un mare infuriato e traditore. Gli oltre 50 mila sotto gli ombrelli esultano e sono al contempo in trepidazione per la straordinaria rimonta che porta Angelo a ritenere l’aggancio col battistrada Agostini cosa oramai quasi fatta.

La dinamica della caduta

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Non si poteva certo sapere cosa pensavano i due diretti contendenti in quei momenti di alta intensità agonistica e di alti rischi. Di certo il box della MV non intervenne nella contesa fra i suoi due piloti limitandosi ad ogni passaggio a metter fuori le due tabelle con i distacchi. Dal terzo al settimo giro, anche visivamente, il gap fra i due di testa diminuisce ad ogni tornata con Bergamonti che al sesto passaggio realizza il tempo record della gara, a dimostrazione della sua volontà di raggiungere il battistrada, oramai a meno di un tiro di schioppo. Nella parte finale del settimo giro, sul rettifilo di ritorno che porta alla rotonda del traguardo, il 32enne pilota di Gussola mette Ago nel mirino, tira ancora di più la staccata ma una pozzanghera lo tradisce: la moto s’intraversa violenta a oltre 200 km/h innescando la fatale parabola. Il pilota, sbalzato di sella, centra un palo di ferro, poi piroetta come saponetta impazzita a gran velocità sul lago d’asfalto finendo dopo un centinaio di metri su un cordolo di cemento, accanto alla gente sgomenta mentre la MV si schianta nelle balle di paglia della “rotonda”. La corsa non viene fermata. Raccolto esanime dal personale di servizio e portato su una autolettiga dell’esercito all’ospedale Ceccarini di Riccione, lo sfortunato centauro viene ricoverato in condizioni disperate al “Bellaria” di Bologna dove spirava sotto i ferri del famoso Professor Gaist alle 23 e 45. La notizia sciocca il Paese. Il motociclismo piomba nella spirale di polemiche, messo sul banco degli imputati dai crociati dellì”io l’avevo detto” spinti da una stampa vampiro.

Non il solo

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Nello stesso giorno della tragedia di Riccione moriva in una prova della gara in salita Doria-Creto il 28enne lecchese Antonio Rigamonti e nel proseguo della stagione la signora in nero falcerà la vita di altri piloti: Joe Bradley muore a Daytona, Antony Kralj e John Burgess a Skofia Loca, Brian Finch a Maurice Jeffery al TT, Cristian Ravel a Spa-Francorchamps, Pat Sheridan e Philip Smith a Oulton Park, Herbert Mann al Nurburgring, Gunter Bartusch, compagno di squadra di Silvio Grassetti alla MZ, al Sachsenring. A Riccione, Agostini vince la sua corsa più triste. Il libro dell’albo d’oro segna il nono successo del pluri iridato bergamasco in undici gare contro il compagno di squadra di Gussola, che adesso non c’è più. Per Bergamonti, quella di Riccione era la sua tredicesima gara con le MV Agusta (350 3 cilindri: 70 Cv a 15.000 giri, oltre 260 km/h e 500 3 cilindri: 88 Cv a 14.000 giri, oltre 280 km/h) coequiper di Agostini.

I risultati

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In sintesi, queste le tappe: 1970 esordio di Bergamonti sulle MV a Monza mondiale (2° nella 350 a 8”5 da Agostini, 2° nella 500 a 42”7 da Agostini); 1970: seconda gara a Imola (2° nella 350 a 8”2 da Agostini, 2° nella 500 a 3”6 da Agostini); 1970 San Remo-Ospedaletti (2° nella 350 a 10”8 da Agostini, 2° nella 500 a 1’00”9 da Agostini); 1970 GP di Spagna mondiale (1° nella 350, Agostini assente, 1° 500, Agostini assente); 1971 Modena (1° nella 350, 2° Agostini a 8”6, 2° nella 500 a 2”6 da Agostini); 1971 Rimini (2° nella 350 a 9/10 da Agostini; 1° nella 500, 2° Agostini a 56”2).

Il rapporto con Ago

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Il 4 aprile, a Riccione, l’ultima sfida. Ancora oggi c’è chi vede nella rivalità fra Giacomo Agostini e Angelo Bergamonti, e anzi nella pervicace volontà di quest’ultimo di battere comunque il ben più titolato compagno di squadra, la vera causa che ha prodotto quella tragica caduta.Fra i due galletti della MV il clima si era surriscaldato e la scomparsa del Conte Agusta metteva a rischio il delicato equilibrio interno. Agostini era all’apice della sua straordinaria carriera, aveva appena vinto il suo decimo titolo iridato. Bergamonti aveva invece “faticato” a farsi largo e doveva guadagnarsi in pista in quel mondiale ’71 alle porte il pass per toccare la vetta. Quella di Angelo era stata una lunga corvée da privato, oltre alle già ricordate esperienze positive su Paton 500 e Aermacchi 125, 250, 350 e a qualche (breve) apparizione su moto ufficiali competitive quali Morini (250) e Benelli (250), approdando tardi sui bolidi di Cascina Costa e, anche qui – come abbiamo visto – passando dalla porta di servizio, in qualità di “collaudatore”.

Bergamonti pilota e persona

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Comunque, una carriera importante, troncata nel momento del possibile decollo mondiale nel ’71 dalla sciabolata inappellabile della dea bendata. Angiulein pagava così con la vita il conto più tremendo alla sua indomita passione per le corse. Chi scrive, lo ricorda come una persona serena, dal sorriso aperto, umile ma non modesto, conscio del proprio valore in pista. Pilota dalla dura scorza, preparato, sempre indaffarato e scrupoloso nella messa a punto del mezzo, mai arrogante, mai sconsolato, sempre pronto a dare una mano a chi gli chiedeva una candela, una chiave, un consiglio. Rispettava tutti, non solo Agostini, di cui nutriva, se non l’amicizia, forte considerazione come corridore. Si scrisse che morì per inseguire Agostini, per diventare come lui. Angelo non voleva emulare nessuno. Voleva appagare il suo desiderio di competere, mettere le ali al suo sogno di passare veloce sotto la bandiera a scacchi. Prima di tutti gli altri. Anche davanti a se stesso.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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