Yamaha R7, storia del mito nato per la Superbike

Ripercorriamo la storia della Yamaha R7, una moto leggendaria che la casa giapponese produsse nel 1998 in soli 500 esemplari per ottenere l’ok a partecipare al Mondiale Sbk. Tecnologia al top, potenza da sballo e un prezzo di mercato non per tutti: 50 milioni di lire…

Gianluca Piperno

Dopo l’annuncio dell’arrivo della nuovissima Yamaha R7 è ricomparso un nome che ha fatto sobbalzare sulla sedia molti appassionati con qualche anno sulle spalle. Già, perché la neonata Yamaha porta un nome epico, che evoca piste e battaglie in Superbike!

le origini del mito r7

—  

Correva l’anno 1998, Yamaha presenta un’intera gamma di supersportive destinate a cambiare la storia, da quel momento in poi le maxi e le sportive non saranno più come le conoscevamo. Alla sigla YZF viene aggiunta una R e un numero, che indicherà la cilindrata del modello. Vengono presentate la R1 di 1000 cc, la R6 di 600 cc e la R7 di 750 cc. Se già le sue sorelle infiammano i cuori di tester e appassionati, la R7 va oltre, anche perché le viene assegnata una sigla molto speciale: OW-02, che contraddistingue le moto che nascono direttamente nel reparto corse di Iwata. La sigla 02 poi, indica che la sua illustre progenitrice è stata la FZR 750R, altra racer con targa e fari di fine anni Ottanta.

obiettivo sbk

—  

La R7 nasce in soli 500 esemplari, esclusivamente per raggiungere il numero minimo di omologazione per poter partecipare al campionato mondiale Superbike. La casa dei tre diapason dichiara apertamente battaglia a tutti i costruttori del mondo, sfruttando al massimo le conoscenze tecniche ed i materiali disponibili al momento. Il design mozzafiato è senza compromessi: linee tese e filanti, il grosso serbatoio, da ben 23 litri, trova ragione della sua capienza nell’impiego della moto nelle gare di endurance, come sottolinea il bocchettone di rifornimento in alluminio, predisposto per l’innesto rapido. Sotto di lui l’airbox da ben 15 litri, pronto a fagocitare aria per la combustione del motore. Tutto rimanda alle corse, anche nei dettagli, come la parte inferiore della carena a sgancio rapido, o il faro posteriore, che è solidale con porta targa e frecce, anziché col codone, così e facile da smontare per l’impiego in pista. Il bellissimo telaio Deltabox II, un doppio trave in alluminio, bene in vista, viene verniciato in nero esattamente come sulla 500 GP che corre nel motomondiale. L’interasse è contenuto in 1400 mm. L’angolo di sterzo è il più basso per una moto di serie, 22,8°. Il forcellone posteriore viene scelto lungo, per dare maggiore trazione in accelerazione. Le forcelle sono delle Ohlins pluriregolabili da 43 mm di diametro a steli rovesciati. Anche al posteriore troviamo un bel mono ammortizzatore completamente regolabile. Sublimi poi le pinze freni anteriori, monoblocco e assiali a quattro pistoncini, che agiscono su due dischi da 320mm. Dietro troviamo un generoso disco da 245mm servito da una pinza rovesciata a doppio pistoncino.

la filosofia dietro la r7

—  

Il padre della serie R, l’ingegner Kunihiko Miwa che con le sue scelte tecniche estreme si è guadagnato il soprannome di “Mr. No compromise!” (Signor Zero Compromessi), prende dalla tradizione motoristica della casa le 5 valvole per cilindro, i 4 cilindri in linea, il raffreddamento a liquido e le 6 marce. Sfrutta al massimo la cilindrata massima omologabile 749 cc. Poi però equipaggia la moto con un sofisticato sistema di iniezione, aggiunge bielle e valvole in titanio, canne dei cilindri trattate con superfici anti attrito al Nikasil, pistoni stampati con mantello ribassato e un albero motore alleggerito ma trattato con nitrurazione anodica e posto su soli 5 supporti di banco, scelta estrema, fatta per ridurre gli attriti e contribuire a far salire rapidamente di giri il motore. Non mancavano poi i bicchierini delle valvole in alluminio, che si vedevano per la prima volta al mondo su una moto regolarmente in produzione, seppure in serie limitata. La velocità massima dichiarata è di 278 km/h, e infine la bilancia che da il suo verdetto: solo 176 kg a secco! Un menù insomma da far ingolosire anche i palati più fini, scelte tecniche che prima di allora si potevano trovare solo su moto da gara ufficiali e non certo in concessionaria.

r7, non per tutti

—  

Tutto questo naturalmente aveva un prezzo: 50.000.000 di lire tondi tondi, ovvero più di due R1… Attenzione però, a questo prezzo si acquistava la moto, targata e completa di luci e frecce, ma si trotterellava a casa felici… con soli 106 Cv a 11.000 giri/min! L’arma Yamaha per la Superbike, che veniva surclassata anche dalla R6!? Certo che no, limitarne le prestazioni era una scelta di Yamaha per facilitarne l’omologazione in tutti i Paesi. E rientrare agilmente nelle più restrittive norme antinquinamento. Creare varie versioni sarebbe stata una inutile perdita di tempo per una moto che era destinata a piloti privati e team che ci avrebbero corso in pista. In fondo poi, l’omologazione stradale serviva solo a raggiungere il numero minimo di esemplari costruiti per ottenere l’iscrizione al mondiale Superbike. Per questo Yamaha forniva, a pagamento, due kit di potenziamento. Il Kit A, quasi obbligatorio, per “soli” 8.000.000 di lire permetteva anche grazie a una centralina e un nuovo sistema di iniettori, di sprigionare ben 135 Cv e di far cantare il motore a 14.000 giri, ed ecco che il carattere di questa Racing replica già veniva fuori. Ma Yamaha non si fermava certo qui, nel caso in cui aveste voluto esagerare oppure prendere il via a un campionato, con 39.000.000 di lire potevate acquistare il Kit B, uno scrigno dei sogni con guarnizioni della testa ribassate, modifiche dei parametri della centralina, impianto di scarico racing completo e cerchi marchesini o boccole di regolazione per variare l’angolo del cannotto di sterzo e perno del forcellone… Modifiche profonde, che rendevano la moto vicina a quella ufficiale, e che portavano la potenza attorno ai 170 Cv!

la r7 in gara

—  

La moto debutta nel mondiale Sbk nel 1999, sotto l’ala del Team ufficiale Yamaha, i piloti della R7 sono Noriuki Haga e Vittoriano Guareschi. Nonostante le ottime premesse date dal progetto, la moto va ancora sviluppata e in gara si verificano problemi di affidabilità e numerosi ritiri dei due piloti, con il giapponese che termina la stagione al settimo posto e l’italiano al decimo. Sulla scorta delle esperienze fatte in quella prima stagione di esordio, nel 2000 Haga coglie un secondo posto nella classifica finale, 4 vittorie, 7 podi e soprattutto l’affidabilità mancata e la competitività promessa! Sfiora il mondiale anche per via di una discussa vicenda: Haga, dopo la gara in Sudafrica, fu trovato positivo al controllo antidoping all’efedrina, una sostanza eccitante contenuta anche in spray per disostruire il naso e in prodotti dietetici che il pilota giapponese usava per respirare meglio e per perdere peso. Gli venne quindi comminata una squalifica di un mese e gli furono tolti i 25 punti conquistati in quella gara. Haga e la Yamaha ricorsero in appello, la stagione proseguì, la sostanza di per sé aveva effetti che erano molto blandi ed era stata assunta per errore, ma la legge sportiva non senti ragioni e alla vigilia dell’ultima gara fu comminata la sanzione definitiva: tolti i 25 punti della gara sudafricana e squalifica per un mese, che non gli permise di correre l’ultima gara. Il mondiale per il quale era in lizza fino all’ultimo fini così alla Honda di Colin Edwards. Quella fu anche l’ultima stagione della R7 nel mondiale Sbk, la casa di Iwata si ritirò, preferendo investire denaro e risorse sul Motomondiale. La R7 proseguì a correre come wild card, in mano a piloti privati.

spiccioli di r7

—  

La moto si fece valere anche nelle gare di durata, vincendo nel 2000 il Bol D’0r con il team Yamaha Motor France e i piloti Foret/Delètang/Willis e sempre lo stesso anno ottenne la Pole alla 8 ore di Suzuka, risultato rimarchevole perché Haga lo centrò proprio sul circuito di proprietà della Honda. Infine, nel 2002 Yamaha dichiarò fuori produzione la R7. Quel che ci rimane sono le immagini del funambolico pilota giapponese Haga in sella alla stupenda R7 ufficiale e qualche esemplare sopravvissuto alle gare o gelosamente custodito in qualche collezione, come merita una moto speciale come la R7.

Fonte: https://www.gazzetta.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *