Petrucci, dalla MotoGP alla Dakar: “Ora sorrido sulle dune”

Danilo con la KTM ufficiale: “É una grande avventura, così l’addio mi peserà di meno”

Paolo Ianieri

É uscito di scena in punta di piedi, e conoscendolo era difficile aspettarsi il contrario. Perché in dieci anni di MotoGP, Danilo Petrucci si è rivelato uno dei piloti più speciali del paddock, amato per il carattere, l’ironia e la battuta pronta, fin troppo buono per un mondo dove per farsi strada spesso serve invece avere gran pelo sullo stomaco. Ma siccome quando si chiude una porta, a volte si apre un portone, salutata la MotoGP, tra un mese Petrux sarà al via della Dakar con la KTM. “Questa cosa mi aiuta a sentire di meno l’addio, passo a un’avventura altrettanto grande, non la vivo come un libro che finisce, è un nuovo inizio”.

Danilo, è molto triste?
“No, no. Forse lo sarò a marzo, quando non mi vedrò nella foto di inizio campionato. Ma avrò così tanto da fare… Nell’ultimo periodo non mi stavo più divertendo sopra la moto, ho iniziato a pensare che non era il caso di continuare a fare qualcosa che non mi faceva stare bene. Per far bene in MotoGP, oggi servono una moto molto competitiva e chili e centimetri di meno”.

È stato fregato dalla stazza?
“Sì. Ci vuole una moto ufficiale per vincere e stare davanti. La Ducati era molto veloce e alla fine quell’uno-due decimi che perdevo dagli altri piloti potevo recuperarli. Quest’anno la differenza di motore solo in rettilineo è stata anche di mezzo secondo, colmare quel gap è stato impossibile. Soprattutto in qualifica”.

Era andato in KTM con alte aspettative. Invece le promesse non sono state mantenute.
“Sì. In Tech3 il trattamento doveva essere come in Pramac alcuni anni fa, invece gli sviluppi sono andati tutti ai piloti ufficiali. Ma, soprattutto, non è stata sfruttata l’esperienza che potevo portare, essendo l’unico dei quattro piloti ad avere guidato una moto diversa. La cosa che più mi è spiaciuta è non avere potuto aiutarli. Tecnicamente avevamo imboccato due strade diverse di intendere il lavoro”.

Via lei, via anche il suo compagno Iker Lecuona, mandato allo sbaraglio lo scorso anno per chiudere un buco e poi, quando stava iniziando a fare risultato, cacciato.
“Mi spiace molto per Iker e l’ho detto anche a loro. È giovanissimo, ha talento ma pochissima esperienza, però a 21 anni la sua carriera in MotoGP è già finita. Mi sono abbastanza rivisto in lui, perché è arrivato dal niente e per il talento che ha non meritava di essere stroncato così”.

In MotoGP arriva Darryn Binder.
Ride. “Spero che arrivi più piano di come ha fatto in Portogallo alla curva 3. In mezzo a dove c’è un casino, lui c’è. Il problema principale però sarà soprattutto per lui, quando cadi con una MotoGP te lo ricordi”.

Dieci anni. Il bicchiere è…?
“Sono contento di quel che ho fatto. Col senno di poi avrei potuto vincere prima, di più, andare più spesso sul podio. Ho realizzato uno dei miei grandi sogni, vincere, anche se il più grande era conquistare il Mondiale. Ma la possibilità non l’ho avuta mai. A livello di ingegneria ho stravolto spesso le regole della fisica, molti ingegneri hanno faticato a spiegarsi come con un corpo come il mio potessi essere veloce. Però questo è anche il bello delle corse, sono l’uomo e la macchina insieme a fare le cose, e a volte il pilota può metterci quel che la macchina non ha”.

Ha detto una cosa molto profonda: “In questo mondo sono stato amato, non rispettato”.
“Non puoi essere entrambe le cose. Io sono nato nel paddock della MotoGP, conosco tutti da più di 25 anni. C’è chi mi conosce come il figlio di Danilone, poi quando sono tornato ero un pilota di MotoGP. Ho lavorato con tante persone e con tutte sono rimasto in buonissimi rapporti, e quando si è trattato di prendersi delle responsabilità, me le sono sempre assunte. Non ho mai alzato la voce per difendermi e questo a volte ha portato a mettermi dei piedi in testa”.

È il più grande pregio e il più grande difetto?
“Quando senti dire ‘Danilo è troppo buono’ la linea è labile, dipende dall’intonazione che usi. E in questo caso il tuo miglior pregio diventa il maggior difetto. Penso che, troppe volte sono stato troppo buono. Con gli amici va bene, ma con chi lavori non è un pregio”.

Tra Misano e Portimao, a Dubai ha avuto il primo assaggio di rally raid.
“È totalmente un altro mondo. Il secondo giorno di test ero da solo, sulla miglior moto del miglior team della Dakar e un deserto tutto per me. Mi sono infilato tra le dune, era mattina presto e non c’era nessuno, mi sono venuti gli occhi lucidi a pensare dove mi trovassi. Ero emozionato, perché sono queste le cose che ti fanno sentire vivo”.

Qualche anno fa, sulla Gazzetta lei teneva una rubrica, Petrux dixit. Il prossimo anno che è disoccupato…
“La rifaccio volentieri”.

Fonte: https://www.gazzetta.it

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